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venerdì 7 agosto 2015

PROCESSI PER LA PRODUZIONE DELL’IDROGENO



Esistono diversi modi per estrarre l'idrogeno. Osserviamoli e confrontiamoli.


La trasformazione degli idrocarburi:
Lo steam reforming del metano è un processo ben sviluppato ed altamente commercializzato e attraverso il quale si produce circa il 48% dell'idrogeno mondiale. Tale metodo può essere applicato anche ad altri idrocarburi come l'etano e la nafta. Non possono essere utilizzati idrocarburi più pesanti perché essi potrebbero contenere impurità. Altri processi, invece, come l'ossidazione parziale, sono più efficienti con idrocarburi più pesanti. Lo SMR implica la reazione di metano e vapore in presenza di catalizzatori. Tale processo, su scala industriale, richiede una temperatura operativa di circa 800 °C ed una pressione di 2,5 MPa. La prima fase consiste nella decomposizione del metano in idrogeno e monossido di carbonio. Nella seconda fase, chiamata "shift reaction", il monossido di carbonio e l'acqua si trasformano in biossido di carbonio ed idrogeno. Il rendimento del processo si aggira sul 50%-70%. Nello steam reforming tradizionale, gli idrocarburi sono la fonte sia dell’energia chimica, sia dell’energia termica:
circa il 45% del consumo degli idrocarburi è destinato alla produzione di calore. Poiché l’idrogeno in tal modo prodotto è più costoso della sostanza di partenza, il metano, la sostituzione di questo con l’idrogeno come combustibile non è conveniente. I costi dello SMR sono notevolmente inferiori a quelli dell'elettrolisi e competitivi con quelli delle altre tecnologie, esso comporta inoltre un ridottissimo impatto ambientale.
Alcuni autori, sostengono che la tecnologia SMR può essere conveniente, se combinata con l'alimentazione di veicoli, per l'applicazione su celle a combustibile prodotte su scala ridotta. Altre innovazioni invece, riguardano più in particolare lo SMR stesso. Uno degli obbiettivi della ricerca è infatti, quello di migliorare il tradizionale processo SMR con il perfezionamento di un nuovo processo denominato:
Sorbtion Enhanced Reforming (SER). Rispetto al tradizionale SMR tale processo implica la produzione di idrogeno a temperatura particolarmente bassa e  l’abbinamento di un processo di rimozione selettiva dell’anidride carbonica rilasciata durante la fase di reforming. Il vantaggio principale del SER quindi, consiste nell’ottenere direttamente dei flussi separati, estremamente puri, sia di idrogeno che di CO2 senza ricorrere a costosi sistemi di purificazione. Questo nuovo processo ha dunque la possibilità di prevalere rispetto ai processi convenzionali, e di favorire l’introduzione a breve termine dell’idrogeno, non solo per i ridotti costi operativi che esso comporta ma anche per il contributo alla riduzione della concentrazione dei gas serra nell’atmosfera.
Le attività di ricerca sono ovviamente volte all’individuazione dei materiali più idonei all’assorbimento di CO2, alla dimostrazione della validità tecnica dei sistemi sperimentali e all’analisi dei relativi vantaggi economici.

Gassificazione del carbone e dei combustibili fossili:

Il processo di gassificazione consiste nella parziale ossidazione, non catalitica, di una sostanza solida, liquida o gassosa che ha l'obiettivo finale di produrre un combustibile gassoso, formato principalmente da idrogeno, ossido di carbonio e da idrocarburi leggeri come il metano.
Tramite la gassificazione il carbone viene convertito, parzialmente o completamente, in combustibili gassosi i quali, dopo essere stati purificati vengono utilizzati come combustibili, materiali grezzi per processi chimici o per la produzione dei fertilizzanti.
La produzione di idrogeno mediante gassificazione del carbone è una tecnologia che trova numerose applicazioni commerciali, ma è competitiva con la tecnologia SMR solo dove il costo del gas naturale è molto elevato (per esempio la Repubblica Popolare Cinese e il Sud Africa). La gassificazione di combustibili fossili si presenta economicamente interessante nelle regioni in cui il carbone abbonda ed è poco costoso.

Idrolisi dell’acqua.
Elettrolisi:
questo è sicuramente il processo più maturo per la produzione industriale, e sono stati costruiti alcuni grandi impianti nelle vicinanze di centrali idroelettriche che producono elettricità a basso costo. E’ importante però ricordare che, seppur svantaggioso, dalla produzione di idrogeno mediante il processo elettrolitico si ottiene anche ossigeno puro, da utilizzare in diversi modi. L'elettrolisi è il metodo più comune per la produzione di idrogeno anche se incontra notevoli ostacoli per la quantità limitata di idrogeno prodotta e per i costi, ancora troppo elevati, dovuti all'impiego di energia elettrica.
Attualmente, solo il 4% della produzione mondiale di idrogeno avviene per elettrolisi dell'acqua e solo per soddisfare richieste limitate di idrogeno estremamente puro. Per risolvere questo problema, si prevede l’applicazione dell’elettrolisi con vapore ad alta temperatura (900-1.000 °C).
L’alta temperatura del sistema accelera le reazioni, riduce le perdite d’energia dovute alla polarizzazione degli elettrodi ed accresce l’efficienza complessiva del sistema. Questa tecnologia offre l’opportunità di ridurre il consumo di elettricità al 35% di quella utilizzata dagli attuali elettrolizzatori in commercio. Questa notevole riduzione dei costi, e l’elevata efficienza di conversione stimata (circa il 90%), consentirebbe all’elettrolisi di essere competitiva anche con lo steam reforming, che richiede notevoli investimenti strutturali.
Termolisi:
la termolisi è la dissociazione delle molecole di acqua tramite solo apporto di calore che richiede temperature molto elevate, dell’ordine dei 3.000°C .
Con temperature così elevate, è complicato però separare l’idrogeno dall’ossigeno dati i notevoli problemi che pone la resistenza dei materiali.
 Decomposizione mediante cicli termochimici:
con temperature più basse, tecnologicamente compatibili con i materiali conosciuti, è possibile ottenere la dissociazione dell’acqua per mezzo di cicli chiusi di reazioni chimiche di tipo endotermico. Tali tecnologie di produzione sono motivate dalla speranza di individuare un processo che possa utilizzare direttamente una fonte di calore ad alta temperatura, solare o nucleare (in particolare nei reattori HTGR, caratterizzati da una alta temperatura di uscita dei vapori) con un rendimento globale maggiore di quello ottenibile da un impianto di elettrolisi.
Fotolisi:
Essa si propone di ottenere la dissociazione della molecola dell’acqua fornendo l’energia necessaria sotto forma di radiazioni luminose solari.
Decomposizione mediante foto elettrolisi:
 L’ultima possibilità di produrre idrogeno impiega il biossido di titanio o rutilio – TiO2 – come fotoelettrodo. Questo sistema, scoperto nel 1972, ha dato vita a numerosi ed interessanti studi e ricerche.

Altri processi:
Oltre ai metodi analizzati nei precedenti paragrafi, la ricerca è attiva in diversi settori riguardanti la produzione dell’idrogeno. Essa si muove fondamentalmente
 in due direzioni: migliorare le tecnologie esistenti e sperimentare nuovi metodi. L’obiettivo principale è quello di abbattere i costi delle tecnologie ormai in uso riducendo la quantità dei materiali impiegati e aumentando quindi i rendimenti di conversione degli impianti esistenti. In secondo luogo, si cercano di perfezionare nuovi sistemi che consentano di risolvere la questione dell’impatto ambientale delle tecnologie basate sull’impiego degli idrocarburi. In particolare, si sta puntando molto su sistemi che consentano la produzione di idrogeno tramite l’impiego diretto dell’energia solare, in sostituzione dell’energia elettrica necessaria per l’elettrolisi dell’acqua. Uno di questi, la produzione dell'idrogeno per fotoconversione, associa un sistema di assorbimento della luce solare ed un catalizzatore per la scissione dell'acqua. Questo processo usa l'energia della luce senza passare attraverso la produzione separata di elettricità richiesta dall'elettrolisi. Ci sono due classificazioni principali di tali sistemi: fotobiologico e fotoelettrochimico. Si tratta, tuttavia, prevalentemente di tecnologie in fase sperimentale, le cui attività di laboratorio richiedono ancora notevoli perfezionamenti.

Tecnologie foto elettrochimiche:
 I sistemi foto elettrochimici usano degli elettrodi semiconduttori in una cella foto elettrochimica per convertire energia ottica in energia chimica. Esistono essenzialmente due tipologie di tali sistemi: una utilizza semiconduttori, l'altro metalli complessi dissolti.

 Nel primo tipo, un materiale semiconduttore è utilizzato sia per assorbire l'energia solare sia per agire da elettrodo per la scissione dell'acqua. Il secondo tipo di sistemi foto elettrochimici usa materiali complessi dissolti come catalizzatori. Il materiale complesso solubile assorbe energia e crea una separazione tramite carica elettrica che conduce alla reazione di scissione dell'acqua. La ricerca si sta occupando di individuare dei catalizzatori che possano dissociare più efficientemente l'acqua e produrre idrogeno.
Tecnologie fotobiologiche:
 I processi di produzione fotobiologici riguardano la generazione dell'idrogeno da sistemi biologici, che usano generalmente la luce solare. Alcune alghe e batteri sono in grado di produrre idrogeno sotto specifiche condizioni pigmenti delle alghe assorbono l'energia solare e gli enzimi nella cellula agiscono da catalizzatori per scindere l'acqua nei suoi componenti di idrogeno e ossigeno. La ricerca sta analizzando i meccanismi dettagliati di questi sistemi biologici. In ogni caso si è ai primi stadi ed il livello di efficienza di conversione in energia (rapporto tra l'ammontare di energia prodotta dall'idrogeno e l'entità della luce solare impiegata) è basso, circa il 5%. Per la produzione di idrogeno su larga scala, questi processi richiedono efficienza più elevata e riduzione dei costi.
Esistono numerose attività di ricerca che hanno lo scopo di adeguare i sistemi di produzione fotobiologica a tali difficoltà. A breve termine si prevede l’identificazione di batteri e sviluppo di un sistema che possa produrre idrogeno puro a temperatura e pressione ambiente, nell'oscurità.
Attualmente, sono state isolate circa 400 specie di questo tipo di batteri, capaci di combinare, nell'oscurità, monossido di carbonio ed acqua per produrre quantità piuttosto elevate di idrogeno e biossido di carbonio.
L'analisi dettagliata di venticinque specie, ha dimostrato che esse sono in grado di produrre idrogeno da circa il 100% del monossido di carbonio impiegato ma un solo tipo di sistema, basato sull'azione di alcune specie di cianobatteri, ha dato risultati soddisfacenti
(www.energylab/pdf/hidrogen, 2004).


G.N.

martedì 14 luglio 2015

PALMA DA SAGO (Metroxylon sagu).

Palma da sago (Metroxylon sagu)



Famiglia Arecaceae
Vi sono 55 generi nelle Arecaceae, 2 specie in Metroxylon.
Classificazione (Usda, 2007).
  Metroxylon sagu Rottb 
Regno
Plantae – Piante
Sottoregno
Tracheobionta –  piante vascolari
Superdivisione
Spermatophyta – Piante a seme
Divisione
Magnoliophyta – Piante a fiore
Classe
Liliopsida – Monocotiledoni
Sottoclasse
Ordine
Famiglia
Arecaceae – Famiglia delle palme
Genere
Metroxylon Rottb. – metroxylon
Specie
Metroxylon sagu Rottb. – palma da sago
Sinonimi: Metroxylon rumphii (willd.) C.Martius .
Descrizione.

Il Metroxylon sagu o palma da sago è originaria dell'Asia del sud est ove l'amido che contiene in elevata quantità nel tronco fornisce la maggior parte dell'apporto calorico alle popolazioni locali di cacciatori raccoglitori che vivono ai confini o entro la foresta tropicale, habitat ideale della palma da sago. L'amido chiamato “tapioca“ una volta pronto per il consumo, è ricavato dal tronco della pianta dopo una lunga lavorazione: inizialmente bisogna abbattere la palma quindi dividere il tronco in due e batterlo a lungo poi bisogna separare l'amido dalle sostanze tossiche contenute all'interno del tronco.
 Poi l'amido è ulteriormente lavorato fino a dare la tapioca. La palma da sago rimane attualmente  una pianta in prevalenza presente allo stato selvatico. L'istituto internazionale per le risorse genetiche(IPGRI) che cerca di diversificare il raccolto agricolo nel mondo riscoprendo o domesticando specie selvatiche, considera che la palma di sago sia un raccolto "underutilized" tipico (Fonte:Biopact.com).
Uno degli usi potenziali della palma da sago è l'etanolo. In tutto il suo “lifecycle”, l'albero accumula un ammontare enorme d’amido, mentre giunge ad un massimo verso i 15 anni d'età, poco prima che fiorisca con un enorme infiorescenza. Nella palma selvatica, circa 5 tonnellate d'amido per ettaro possono essere raccolte, ma le piantagioni mostrano  produzioni d'amido anche di 30 tonnellate per anno. Inoltre dato l'accumulo d'amido che si protrae fino ai 15 anni, la struttura della piantagione di sago con opportuni sesti dinamici potrebbe adattarsi al fluttuare del prezzo sul mercato ritardando o anticipando il raccolto con pochi danni, dando così un maggior controllo al produttore che potrebbe avere maggiore controllo sui rischi produttivi (fonte: osservazione dell’autore, 2007). L'amido è di tale qualità che l'efficienza di conversione ad etanolo raggiunge il 72% (per l’idrato d’etanolo). Prendendo un raccolto max di 20 tonnellate d’amido pulito ad ettaro, s'avranno 14.400 litri d'alcol, facendo del sago uno dei raccolti d'energia più produttivi. (Biopact; Doelle, 1998). Contrariamente alla  palma da olio, soia, cocco, manioca, il sago soffre di mancanza di ricerca e sviluppo sulla fitopatologia e tecniche di gestione della piantagione.

Nonostante simposi annuali sul sago, ci vorrà un pò di tempo fino a che la coltura s'imponga a livello internazionale.
Il governo della Malesia ha avviato una piantagione di 50.000 ettari con la palma da Sago in Sarawak, e lo considera   la coltura di bioetanolo del futuro. Il Sago sarà il secondo pilastro dopo la palma da olio del programma di bioenergia della Malesia. La capacità di produzione della palma da sago varia tra 2-5 tonnellate d’amido/ha s.s.  allo stato spontaneo fino a 10-25 t/ha in  coltivazione (Flach, 1983).
La densità d’impianto è 1.480 palme/ha . Una piantagione ben organizzata può produrre 175 kg d’amido/palma, mentre da un prodotto totale di 25 tonnellate  amido/ha. (Doelle, 1998). Dopo la rimozione della corteccia, del rachide e delle foglioline dal midollo che probabilmente è la parte più dispendiosa del trattamento, l’amido deve essere estratto dal midollo. Con la palma da sago si possono fare (Doelle, 1998): 

·                    Materiali da edificio eccellenti per case locali ed urbane, capannoni o altri edifici 
·                    Concime organico ( bio-fertilizzanti) 
·                    Risorse per gassificazione e produzione energia 
·                    Amido per alimentazione zootecnica  
·                    Etanolo per biocarburanti
·                    Energia attraverso gassificazione
·                    Metano o bio-gas

·                    Acquicoltura usandola come mangime per pesci



Rientra appieno nella categoria di specie da bio-sistemi rurali integrati: ipotetiche fattorie autosufficienti anche a livello energetico (Doelle, 1998).


G.N.

domenica 5 luglio 2015

ALBERO DI TUNG (Aleurites fordii H.)

ALBERO DI TUNG (Aleurites fordii H.)



Famiglia Euphorbiaceae 

Aleurites fordii Hemsl
Regno
Plantae – Piante
Sottoregno
Tracheobionta – Piante vascolari
Superdivisione
Spermatophyta – Piante a seme
Divisione
Magnoliophyta – Piante a fiore
Classe
Magnoliopsida – Dicotiledoni
Sottoclasse
Ordine
Famiglia
Sottofamiglia
Crotonoideae
Tribù
Aleuritideae
Sottotribù
Aleuritinae
Genere
Aleurites o Vernicia
Specie
Aleurites fordii Hemsl

Sinonimi: Vernicia fordii.

Nomi comuni.
Cinese wood oli tree, tung oil tree, t’ung shu e t’ung yan shu (Cina).

Descrizione.
Albero alto sui 12 metri, di corteccia liscia, legno molle; foglie verde scuro, larghe 15 cm o, cuoriformi, qualche volta lobate, di solito appaiono solo dopo la fioritura raramente prima; fiori in grappoli, biancastri, rosati, prodotti all’ inizio della primavera da gemme terminali  cacciate nella stagione precedente; ermafrodito, fiori maschili e fiori femminili nella stessa infiorescenza ; frutto sferico, periforme, verde con 4–5 frutti a infiorescenza; semi di solito 4–5, ma possono variare da 1 a 15, seme 2–3.2 cm lungo, 1.3-2.5 cm largo consiste in un guscio esterno duro ed un nocciolo dai quali è ottenuto l’olio.
Germoplasma.
Alcune delle migliori varietà rilasciate dall'USDA per crescere negli Stati Uniti meridionali  sono il seguente:  
“Folsom”: bassa statura, produttività alta; frutta grande, matura tardi, diventa violaceo quando maturo, contiene il 21% d’olio; discreta resistenza a  basse temperature autunnali.  
  “Cahl”: bassa-statura, produttiva; frutta grande contiene il 20% d’olio; matura presto, piuttosto resistente al freddo autunnale. 'Isabel': bassa statura, alto produzione; frutta grande, matura presto, 22% contenuto d’olio.  
“La Crosser”: alta-statura, produzione alternante; frutto piccolo, matura tardi, 21–14% contenuto d’olio; varietà molto popolare. 'Lampton':  frutte grande, matura prima; 22% contenuto in olio. Molte altre specie di Aleurites sono usate per produrre olio di tung di solito di qualità bassa. Aleurites cordata, l’albero di olio di legno giapponese; A.moluccana, l’albero di lumbang; A.Trisperma, l’albero di Lumbang Molle. L’ Aleurites montana, o albero Mu è la specie commerciale prevalente in Cina Meridionale e potrebbe essere coltivata in Florida (2n = 22).  
  
Distribuzione.
Natio della Cina centrale ed occidentale, dove le piante sono coltivate da migliaia di anni; è coltivato negli Stati Uniti meridionali dalla Florida al Texas orientale.  
 
Ecologia.
L’habitat varia dal subtropicale asciutto all’ umido fino al tropicale arido. Vuole una temperatura tra i 18,7 e i 26,2°C in media  e un  pH con range di 5,4–7,1.  Gli alberi di Tung sono molto esigenti riguardo le condizioni climatiche e i requisiti del suolo.
Il tung vuole estati lunghe, calde con umidità abbondante, con 112 cm di pioggia alquanto uniformemente distribuìti durante l’anno. Gli  alberi hanno un fabbisogno in freddo di circa 350–400 a 7,2 gradi o poco meno; senza questo gli alberi tendono a produrre succhioni dai rami principali; Gli alberi sono suscettibili a danni da freddo quando si trovano in fase attiva di crescita. La produzione del  tung è migliore dove vi sono temperature calde ed uniformi senza escursioni termiche tra il giorno e la notte. Vuole terreni ben drenati. Cresce bene su suoli vergini. Suoli devono essere ben strutturati, profondo e areati, e con una capacità di ampo elevata. Inoltre deve essere facilmente penetrato dalle radici.
 Hanno occasionalmente bisogno di concimazioni. E’ pianta neutrofila che non tollera però suoli acidi, è richiesta spesso correzzione preventiva con cementi dolomitici per correggere l’acidità eccessiva.

Usi
Gli alberi di Tung sono coltivati per i loro semi, l'endosperma contiene un olio asciugante di qualità superiore, utilizzato nell’industria delle vernici e nell’industria plastica. Lubrificanti a base d’olio di tung sono usati per rivestire contenitori per cibo, bibite, e medicine; per isolare fili elettrici e le altre superfici metalliche, come nelle radio, nei radar, nel telefono.  La frazione lipidica rappresenta il 14–20 % nel frutto; nel nocciolo il
53–60%; e nella  mandorla interna il 30–40% del totale. Contiene per il 75–80% acido stearico, un  15% a.oleico, 4% a.palmitico, l’1% a.stearico. noltre ha significative quantità di tannini, fitosteroli e saponine tossiche.  
Coltura 
Gli alberi di Tung si possono propagare dal seme o dai giovani getti mediante propagazione agamica. Le piante giovani hanno caratteristiche variabili. Se le  piante giovani sono autoimpollinate per molte generazioni allora s’avranno caratteristiche finalmente uniformi.
Vengono fatti innesti a gemma selezionate su alcune piante madri su franco da seme.
 Gli alberi innestati danno proiduzione e pezzatura dei frutti uniforme con bassa alternanza alto contenuto in olio e produzione totale. I semi dell’albero del tung vanno sgusciati prima della semina in semenzaio. Vanno inoltre trattati mediante imbibizione in acqua per 7 giorni. Il seme può essere piantato a mano o con una seminatrice di granturco modificata.
 I semi germinano in 60 giorni e vanno controllate le infestanti attentamente.

Va attuata dopo l’emergenza una leggera fertilizzazione con solfato di zinco in ragione di 600 kg/ha, a file. La densità d’impianto è sui 250–350 alberi/ha. Le piante vanno potate attentamente.

Raccolta 
Gli alberi di Tung cominciano a produrre frutta al terzo anno dopo l’impianto, è in produzione commerciale dal quarto o quinto anno di solito, mentre raggiungono la produzione massima in 10–12 anni. La vita media degli alberi negli Stati Uniti è di 30 anni.
I frutti maturano e cadono al suolo in autunno. A questo punto la noce contiene  approssimativamente il 60% d’umidità che va abbassata al 15% prima di trattare. Il frutto va quindi lasciato le prime settimane a terra in covoni fino a quando l’umidità scende almeno al 30%  poi può essere insaccata. 

Produzione 
Gli alberi producono 5 t/ha di noci (Tab.1).
I paesi produttori sono Cina e Sud America (Argentina ed il Paraguai); Stati Uniti e Africa

Usi energetici 
Durante la seconda guerra mondiale l’olio di tung era usato dai cinesi come lubrificante per i motori. Fu anche miscelato al gasolio con buoni risultati.

Patologie
Gli alberi di Tung sono relativamente esenti da insetti e malattie, solamente alcuni parassiti
causano danni seri da giustificare misure di controllo come Botroyosphaeria ribis,  Clitocybe tabescens, Mycosphaerella aleuritidis, Pellicularia kolerega,  Physalospora rhodina, ed il batterio  Pseudomonas aleuritidis.
(tratto da: Duke, 1983) 

Tab 1. Confronto energetico e produttivo tra energy crops tropicali e equatoriali.
(Duke, 1983) 

Produzione
t/ha
Produzione olio
l/ha
Equivalente energetico
wh/ha
Elaeis guineensis
18–20
3.600–4.000
33.900–37.700
Jatropha curcas
6–8
2.100–2.800
19.800–26.400
Aleurites fordii
4–6
1.800–2.700
17.000–25.500
Saccharum officinarum
35
2.450
16.000
Ricinus communis
3–5
1.200–2.000
11.300–18.900
Manihot esculenta
6
1.020
6.600



 G.N.

lunedì 8 giugno 2015

MANHUA (Madhuca indica)

Manhua (Madhuca indica J.F.Gmelin)

Famiglia delle Sapotaceae

Sinonimi scientifici: Bassia latifoglia
Nomi comuni: Manhua.
Vi sono 14 generi nelle Sapotacee 2 specie in Madhuca.

Classificazione (Usda, 2007).
Regno
Plantae – Piante
Sottoregno
Tracheobionta – Piante Vascolari
Superdivisione
Spermatophyta – Piante a seme
Divisione
Magnoliophyta – Piante a fiore
Classe
Magnoliopsida – Dicotiledoni
Sottoclasse
Ordine
Famiglia
Genere
Specie

L'India importa una grossa quantità d'olio vegetale a usi alimentari e non avrebbe senso puntare su colture oleaginose  da usare come carburante di fronte a questa evidenza, quindi si cerca attraverso la ricerca e l'estensione delle colture arboree oleaginose, in terreni poco fertili e aridi non utilizzabili dall'agricoltura tradizionale, di produrre biodiesel.
 Su questa base è stato progettato e realizzato l'uso della Madhuca indica appartenente alla famiglia delle Sapotacee, come oleaginosa arborea”low input” da biocarburante. Due specie del genere Madhuca, sono state trovate in India: la longifolia e la indica. Queste due specie sono molto simili anche a livello produttivo dato che l'olio ottenuto dai loro semi è identico.
L'olio (vedi 7.3.1) è tossico ed è usato tradizionalmente per produrre saponi.
La Manhua è parte centrale con la jatropha, la pongamia e la salvadora del programma indiano di valorizzazione delle risorse genetiche locali al fine di produrre bioenergia da arbusti o alberi oleaginosi in condizioni d’aridità o comunque in terreni marginali,con l'intenzione di generare reddito per la popolazione rurale delle aree meno fertili e di proteggere il suolo dall'erosione (IPP, 2002).






L'Istituto Indiano per la ricerca sul Bioenergico ha individuato le seguenti piante presenti tra la flora spontanea indiana da valorizzare per i suoi programmi sul biodiesel:


Nome locale indiano     
Denominazione  linnea
Ratanjyot          
 Jatropha curcas
Karanja             
 Pongamia glabra o pinnata
Mahua              
 Madhuca indica
Pilu               
 Salvadora oleoides
Sal                
 Shorea robusta
Nahor           
 Mesua ferra linn
Kamala        
 Mallotus phillipines
Rubber seed
 Hevea brasilensis

Tra queste ha concentrato i suoi studi sulla Jatropha o Physic nut, la Karanja o Honge e infine appunto la Manhua o Moa tree.
In tab 1 il bio-diesel ottenuto dall’olio vegetale estratto dalle noci di Manhua è trasformato in biodiesel mediante transisterificazione (IIP process) è comparato con gli “European Standard ” e con l’Honge e il Jatropha Biodiesel.
 
Tab 1. Caratteristiche biodiesel indiani (IPP indian petrol istitute, 2002).

Caratteristiche
Standard UE
Bio-diesel Manhua
Bio-diesel Honge
Biodiesel Jatropha
Densità a 15 C°
0,86-0,90
0,8808
0,8944
0,8887
Viscosità a 40 C°
3,5-5,0
5,13
5,07
4,55
Flash point in C°
Sopra 100
120
174
135

Il potere calorifico dell'olio di Manhua è il 96.30% del diesel a parità di volume. L'olio di manhua (tab.2) può sostituire fino al 20% il diesel senza problemi per il motore ne differenze in termini di prestazioni. Studi recenti hanno verificato la possibilità d'aumentare al 40% questo valore senza particolari problemi. La performance dei motori con miscele gasolio-manhua migliorano con l'incremento del rapporto di compressione da 16:1 a 20:1. prestazioni (Shashikant, 2005). Il seme una volta pronto per la spremitura dopo essere decorticato e disidratato è il 70% del peso originario. Il nocciolo contiene il 50% d'olio(contro il 35-40% della Jatropha). L'olio  estratto con un expeller è quasi il 34%-37% dell’olio contenuto nei semi. L'olio è ricco in acido oleico, palmitico e stearico ed ha un numero di iodio(IV iodin value)  del  55–70.

Tab.2. Analisi degli acidi grassi dell’olio di Manhua (Bhatt, 2003).

Acidi grassi
Nome sistemico
Formula
Struttura
Wt %
Palmitico
Esadecanoico
C16H32O2
16:0
16-28
Stearico
Octadecanoico
C18H3602
18:0
20-25
Arachidico
Eicosanoico
C20H40O2
20:0
0,0-3,3
Oleico
Cis-9-ottadecenoico
C18H3402
18:1
41-51
Linoleico
Cis-9.cis-12-ottadecadienoico
C18H3202
18:2
8,9-13,7

Si ritiene doveroso nel caso dell’uso dell’olio puro miscelato con diesel nella misura del
 20-40 % o usato come biodiesel di aumentare il rapporto di compressione del motore per migliorarne le prestazioni ( Shashikant, 2005).   


G.N.