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lunedì 9 marzo 2015

DALL'OLIO VEGETALE AL DIESEL


Come dicevamo, uno dei maggiori sink di carbonio sulla superficie terrestre è rappresentato dal regno vegetale.
Questo carbonio prelevato dall’anidride carbonica atmosferica è fissato, assorbito e immobilizzato nella struttura stessa del vegetale: la sua biomassa.


Può essere concentrato in alte dosi, come olio nei suoi semi, per poi essere utilizzato dall’embrione come fonte d’energia per  la germinazione e un primo accrescimento: in questo caso se estratto s’avrà a disposizione un sink temporaneo di carbonio ad alta densità energetica trasportabile comparabile al diesel ottenuto dal petrolio.
Oli vegetali vanno usati puri o attraverso una trasformazione chimica, per diminuirne la viscosità, detta transesterificazione eliminando il glicerolo, la parte più viscosa, e ottenendo il biodiesel.
Da un ettaro coltivato a colza ottengo 1,12 t di biodiesel pari a circa 1.273 litri.
Il biodiesel comporta una riduzione delle emissioni di CO2 di quasi sei volte rispetto al gasolio ovvero 520 g  CO2 /l rispetto a 2.960 g. CO2/l per il gasolio.
Avendo un’alta densità energetica l’olio è sempre stato usato come fonte d’energia dall’uomo nell’alimentazione, e come combustibile per riscaldare e illuminare ambienti. Nel 1920 Rudolph Diesel ne scopre l’uso come combustibile da trazione e mette appunto un nuovo motore ad un solo pistone alimentato con olio d’arachide.
Nasce il  motore diesel. Sono anni in cui l’industria motoristica è già ben avviata e motori sono alimentati a benzina, Rudolph sostiene per il suo motore (il combustibile è compresso a pressioni tali che si auto accende a differenza del motore a benzina ove il combustibile è acceso da una scintilla prodotta dalle candele) l’uso di olio anche per favorire l’agricoltura rurale americana.
Oggi il motore diesel è per lo più alimentato a gasolio tratto dal petrolio che ha vinto la concorrenza rappresentata nella prima fase dall’olio vegetale.
I motori diesel sono il 40 per cento a livello mondiale superati da quelli a benzina e hanno un’efficienza energetica pari al 50%, superiore del 10 % ai motori a scoppio
(Pietrogrande, 2005).
L’olio vegetale e il gasolio hanno proprietà simili come si nota dalla tabella 1.


Tab.1. Caratteristiche olio vegetale e diesel (Riello, 2003).


Tipologia carburante
Caratteristiche
Diesel
Olio di noce di cocco
Olio di girasole
Potere calorifico (Mj/kg)
43,96
35,80
37,10
Densità (kg/m³)
828
915
914
Viscosità (pas)
0,00361
0,03159
0,03038
Tensione superficiale (N/m)
0,03180
0,3480
0,3300


Il risparmio d’anidride carbonica è davvero notevole come si nota dai dati sull’olio di girasole comparati al diesel (tab 4.2.2 e tab 4.2.3).

Tabella 2.

Confronto delle emissioni del ciclo vita dell’olio di girasole e del gasolio per utilizzo energetico (Riello, 2003).


Olio di girasole puro senza allocazione
Olio di girasole puro con allocazione
Gasolio
Potere calorifico (Mj/kg)
37,1
37,1
42,7
Emissioni di CO2
(g CO2/kg combustibile)
1.898,98
664,42
3.557,16
Emissioni di CO2
(g CO2/Mj)
51,18
17,91
81,77


Tabella 3.
Emissioni di CO2 nel ciclo vita del gasolio.


g CO2/kg gasolio
Raffinazione
350,39
Trasporto
18,26
Combustione
3.178,52
Totale
3.557,16



G.N.



domenica 8 febbraio 2015

CARBURANTI DA BIOMASSA




I principali combustibili tratti dalla biomassa sono biodiesel, metanolo, etanolo, idrogeno, gas naturale, propano, bio-crude oil. Conosciamoli meglio!

BIODIESEL


La reazione di transisterificazione richiede 1,05 t d’olio e 0,11 t d’alcol per ottenere 1 t d’estere 0,1 t di glicerina e 0,023 d’acidi grassi.
Circa 1,12 t di biodiesel pari a 1.273 l è prodotta da 1 ha coltivato a colza.
Il biodiesel comporta una riduzione delle emissioni di CO2 di quasi 6 volte rispetto al gasolio ovvero 520 g CO2/l rispetto a 2.960 g CO2/l per il gasolio (Basosi, 2005 ).
Dal punto di vista del bilancio d’energia (Tab.1) l’energia prodotta dal biodiesel è doppia rispetto a quella spesa in energia fossile per la produzione.
Considerando tutti i co-prodotti, l’energia totale prodotta sarà 5,4 volte l’unità d’energia spesa per la sua produzione.
Il bilancio energetico del biodiesel secondo invece il Dipartimento di Chimica dell’università di Siena è di soli 0,31 unità d’energia fossile per produrre un’unità di biodiesel. La riduzione della CO2 emessa è il 78% rispetto al gasolio fossile.
Le emissioni di particolato sono il 32% del gasolio, idem per il monossido di CO2, gli ossidi di zolfo non superano mai l’8% rispetto al gasolio.
Possiamo stabilire per le coltivazioni terrestri d’oleaginose che l’estrazione e la coltivazione dell’olio di semi richiedono circa il 41% dell’energia dell’intero processo.
La raffinazione ne richiede il 23%, mentre la transesterificazione ne richiede il 5% ed il restante 31% rappresenta il contenuto energetico del metanolo.


Tab 1. Bilancio energetico per la produzione di biodiesel (Gj/ha).

(Sharmer, Gosse 1996).
Energia per produrlo
26-35
Energia ricavata dal biodiesel
42-50
Energia ricavata dai sottoprodotti
31-37

Nel caso d’impiego d’oli usati i vantaggi sono ulteriormente amplificati.
Secondo Lara Riello dell’università di Padova (2004) la CO2 immobilizzata nel biodiesel (metilestere di girasole) è:
peso specifico del metilestere = 880,2 g*lˉ¹;
contenuto di carbonio nel metilestere = 78,7%;
coefficiente di liberazione CO2 con il processo di combustione = 44/12.
Quindi dall’ossidazione d’un litro d’estere s’ottengono: (1 x 880,2 x 78,7/100 x 44/12) = 539,9 grammi di carbonio; La quantità di CO2 immobilizzata nel metilestere fino al momento della combustione è pari alla resa in estere moltiplicata per il fattore d’emissione dell’anidride mentre la quota di CO2 immobilizzata nelle farine si determina come valore di sostituzione ossia si valutano i singoli elementi (Bittante, 1990) in termini di C presente e se ne ipotizza la combustione.
Il biodiesel ottenuto dall’olio di colza consente d’ottenere un miglioramento degli effetti delle emissioni sulla salute umana del 120%.
L’utilizzo del biodiesel è notevole in Germania, Austria, Svezia.
In Germania il 50% del gasolio venduto è biodiesel, in Austria gli autobus della città di Graz vanno ad olio usato nella ristorazione transisterificato.
L’Unione Europea invece importerà dalla Malesia e Indonesia grandi quantità d’olio di palma per sostituire il 6% della propria quota di carburante con biocombustibili entro il 2010, obbligando i produttori a quintuplicare la propria produzione entro il 2010

(Mpoc, 2006).

Olio puro
Possiamo utilizzare anche olio vegetale puro come combustibile evitando il processo di transisterificazione e con svantaggi motoristici lievi se modifichiamo i motori.
E’ stato calcolato che per ogni kg di gasolio sostituto dall’equivalente quantità d’olio vegetale ho un risparmio sulle emissioni di CO2 di 1,4kg (circa 2,6 applicando l’allocazione) mentre per ogni kg di gasolio sostituito dall’equivalente quantità di biodiesel si ha un risparmio sulle emissioni di circa 1,6 kg (2,4 se applichiamo l’allocazione) in questi termini la differenza sul risparmio d’emissioni usando olio puro invece di biodiesel è assente perchè nonostante il processo d’esterificazione industriale generi 11,41 grammi di CO2/mj (CTI, 2006) nel bilancio bisogna tenere presente anche che il potere calorifico del biodiesel che è più vicino a quello del gasolio rispetto all’olio puro rispettivamente 37 mj/kg contro 40 Mj/kg e aumentando i consumi, questo riduce le differenze. Se invece ipotizziamo l’uso dell’olio vegetale per ottenere energia usandolo come combustibile per alimentare un generatore elettrico opportunamente modificato (350 Kwe, 35% rendimento), tralasciando l’aspetto economico non conveniente, vediamo invece che il consumo d’energia primaria per produrre un Kw elettrico da olio di girasole è di 2,77  Mj con un rapporto energia prodotta su energia primaria pari a 1,3. Per dare l’idea del valore di tale analisi cito i dati del Comitato Termotecnica Italiano secondo il quale per produrre 1 Kwh elettrico con il gasolio occorrono 2,2 Kwh d’energia primaria, per un rapporto energia prodotta su energia primaria pari a 0,45.  Se ne deduce che il bilancio energetico dell’olio vegetale, in specie di quello di girasole, è migliore del gasolio.

Metanolo

Il metanolo (CH3-OH)  prodotto principalmente dal gas naturale può essere anche ottenuto dal carbone o dalla biomassa.
Da 2 kg di biomassa o da 4,35 kg di carbone otteniamo 1 litro di metanolo.
Risulta che la biomassa è da prendere in considerazione per la produzione di biodiesel perché da rese migliori.
Recenti studi hanno confermato che circa il 50% del contenuto energetico del legno può essere convertito in metanolo ad un costo economico di produzione pari a 5 volte il metano. Il methyl-tertiary-butyl-ether (mtbe) è adesso utilizzato in Usa per la produzione delle benzine riformulate obbligatorie in alcune zone del paese per ridurre l’inquinamento atmosferico. L’aggiunta d’ mtbe permette nelle benzine riformulate d’innalzare il numero d’ottano e di creare benzina ossigenata: ciò promuove una migliore combustione e riduce le emissioni di CO2  e altre sostanze tra cui il benzene.
Esistono però seri problemi d’inquinamento delle acque causato dal metanolo tali da far pensare ad un possibile ritiro dal mercato dell’mtbe e del metanolo entro breve tempo sostituendolo con l’etanolo e il suo derivato, l’etbe  (Renew, 2004).


Etanolo

L’etanolo è un combustibile liquido privo di calore e dall’odore caratteristico, utilizzato sia in miscela al 10% in veicoli tradizionali che all’85% o più in veicoli appositamente trasformati per permetterne l’uso.
Dall’etanolo si può inoltre produrre un etere l’etbe (ethyl tertiary butyl ether), additivo ossigenato per le benzine riformulate (RFG) solitamente al 10%.
Si stima che 90 litri d’etanolo siano in grado di sostituire un barile (circa 160 litri) d’olio combustibile (Basosi, 2005).
Assumendo un consumo di 15 miliardi di litri per anno (in Usa) ne deriverebbero circa 26 milioni di metri cubi di CO2 non emessi e quindi d’emissioni evitate.
L’etanolo è ottenuto a partire da biomassa piante o alghe con  quantità d’amidi fermentabili o zuccheri elevato.
E’ possibile ottenere etanolo anche da risorse ligno-cellulosiche ma è ancora una tecnologia allo studio e costosa.
Una miscela d’etanolo al 5-7% permette di ridurre le emissioni di CO2 del 15-20%. Dal punto di vista del bilancio energetico da 1,05 Kj (1 btu) d’energia fossile consumata per la produzione del combustibile, s’ottengono rispettivamente 7,17 Kj (6,8 btu) nel caso d’etanolo (da mais) e 0,833 Kj (0,79 btu) nel caso di benzina riformulata con etbe derivato ossigenato dell’etanolo.
Vi è quindi il fatto sperimentale che le benzine addizionate con etanolo riducono più di due volte le emissioni di CO2 rispetto alle benzine addizionate di metanolo.
Vi è un progetto allo studio per la produzione integrata di bio-etanolo  dalla manioca e dal sorgo zuccherino in Cina.
Se il progetto è realizzato sono prodotte circa 600.000 t/anno d’etbe (da 280.000 t/ha) ed evitate circa 1.000.000 t/anno di CO2.
Il bio-etanolo risparmia all’atmosfera valori di biossido di carbonio e ossido nitroso rispetto al petrolio tradizionale in percentuali del 30% usando etanolo ottenuto dal grano, del 78% usando etanolo ottenuto dalla cellulosa e dell’82% usando etanolo ottenuto dalla canna da zucchero.
I vantaggi dei biocombustibili si traducono anche in vantaggi economici, politici in quanto a differenza del petrolio non esiste al momento alcun paese che domina il mercato mondiale per la produzione d’etanolo o di biodiesel.
Nella classifica dell’utilizzo il primato spetta al Brasile con l’etanolo dalla canna da zucchero seguito dall’america con l’etanolo ottenuto dal mais.
In Brasile vi sono auto flex fuel in grado di funzionare esclusivamente con etanolo ad un costo pari alla metà della benzina tradizionale.
L’etanolo ha conquistato anche le compagnie aeree che sostituiscono il kerosene con etanolo tanto che l’Embrear prima  ditta costruttrice d’apparecchi ad etanolo non è in grado di soddisfare la richiesta.
Negli Stati Uniti l’utilizzo dell’etanolo dal mais è riuscito a prendere forza grazie alle ultime leggi ambientali e ad un generoso credito fiscale erogato e associato alla produzione e al consumo di questo carburante.
Tanto che tra il 2000 e il 2005 la quantità di biocombustibili prodotti dagli Usa è raddoppiata arrivando a coprire il 3% del consumo totale del combustibile da trasporto all’interno degli Stati Uniti.
in Svezia studi dell’Università di Stoccolma hanno provato ottime rese e  vantaggi dell’etanolo soprattutto nel caso dei trasporti pesanti.
Più di 30 paesi dalla Thailandia all’India all’Australia al Malawi hanno messo in piedi coltivazioni di palma da cocco e olio, soia e canna da zucchero destinate esclusivamente all’utilizzo come biocombustibili. 
Recentemente Venezuela e Indonesia  annunciano di voler seguire il Brasile nella direzione della conversione del paese all’utilizzo d’etanolo da trazione.  Il mercato mondiale ha bisogno di biocombustibili.
La Thailandia ha appena annunciato la costruzione di 12 impianti per la produzione d’etanolo dalla canna da zucchero e dalla lolla la parte esterna che contiene il chicco di riso. Questa produzione verrà in  parte destinata al consumo nazionale e in parte esportata in Giappone e Cina (www.ecoport.com, 2006).
Il governo di Pechino ha poi stanziato milioni di dollari per la realizzazione del più grande impianto di produzione d’etanolo nella città di Jilin, in questo caso il prodotto usato nella distillazione sarà estratto dalla fermentazione di mais, canna da zucchero, manioca e patate dolci. Come tutte le principali economie comunque anche la Cina sta considerando l’ipotesi d’importare etanolo dal Brasile che è il primo paese produttore a livello mondiale.
Il Giappone ha già intrapreso questa strada con la sottoscrizione d’un contratto per importare il 3% della benzina giapponese con etanolo brasiliano nella cifra di 15 milioni di litri d’etanolo, 1.880 milioni di litri l’anno.
Un barile d’etanolo costa  25 $  ma le quotazioni potrebbero impennarsi se la risposta dei mercati supererà la capacità d’adattamento del sistema produttivo all’aumento della domanda (Biofox.com; Renew, 2006).

 

G.N.

mercoledì 17 dicembre 2014

L'ENERGIA, L'UOMO E L'AMBIENTE



Nella terra le fonti energetiche primarie sono essenzialmente: l’energia solare, l’energia geotermica, i movimenti idrodinamici (maree, dovute all’attrazione esercitata dal nostro satellite la luna) e l’uranio. L’energia poiché non si crea né si distrugge ma è in continua trasformazione o proviene continuamente da fonti esterne (solare) o è propria del nostro pianeta ove è stata immagazzinata al momento della sua formazione (energia, geotermica, l’uranio) e quindi è esauribile. Tutte le altre forme d’energia si possono definire secondarie perchè da queste derivate o formate dall’unione di due o più forme.


L’energia solare sulla terra s’è accumulata nel corso delle ere sottoforma di composti carbonici. Il regno vegetale (e i microrganismi autotrofi) accumula energia, sottoforma di composti del carbonio, il quale, base di tutti gli organismi viventi, è prelevato dall’atmosfera, ove vi si trova sottoforma d’anidride carbonica e l’energia necessaria al processo, dal sole. Codesto processo è chiamato fotosintesi. La biomassa vegetale così generatasi, finendo il suo ciclo vitale, con i suoi residui nel corso di milioni di anni ha dato vita ai giacimenti odierni di carbone, petrolio, gas naturale, ovvero sink di carbonio subito disponibili. Questi giacimenti sono detti fossili, perché formatisi in ere precedenti, e si sono accumulati nella profondità della crosta terrestre.
La crescente concentrazione della quantità di anidride carbonica nell'atmosfera è indice che i fenomeni naturali che la regolano, racchiusi nella definizione collettiva di ”ciclo del carbonio”, non sono più in grado di assorbire le emissioni di carattere antropogenico (Coiante, 2004). La necessità d’approvvigionamento d’energia in tutte le sue forme (calore, energia elettrica e meccanica) entrano quindi inevitabilmente in conflitto con la necessità di non compromettere in maniera non reversibile gli equilibri ambientali. In questo quadro le biomasse ed i biocarburanti si collocano in una posizione favorevole rispetto ai combustibili di origine fossile, soprattutto dal punto di vista di un’analisi concernente il ciclo vita del combustibile.
L’assunzione di partenza per l’analisi del ciclo vita delle colture energetiche è che il bilancio relativo della CO2 biogena sia pari a zero. Di fatto, la pianta sequestra  la CO2 atmosferica (unica fonte di carbonio per la pianta) durante la fotosintesi  e la immagazzina (organicazione) all’interno delle cellule. Tutto il carbonio contenuto nella pianta è quindi di provenienza atmosferica. Il carbonio ritorna in atmosfera nel corso dei processi di decomposizione dei residui vegetali che rimangono sul campo, dei processi di combustione dell’olio ottenuto dai semi  e dei processi di assimilazione animale dei pannelli utilizzati per l’alimentazione.
L’assunzione di un bilancio nullo per tutti questi flussi deriva anche dal concetto che la CO2 è considerata rinnovabile quando lo sfasamento temporale tra la sua organicazione in strutture vegetali e il suo utilizzo in processi energetici è breve (mesi o di pochi anni) se paragonato ai milioni di anni necessari per inglobare il carbonio all’interno dei combustibili fossili (Cti, 2006).
Conseguentemente, i bilanci dei combustibili rinnovabili e fossili devono tenere conto della sola CO2 di natura fossile emessa nel corso del ciclo di vita delle diverse filiere (Comitato Termotecnica Italiano, 2005).


Tab.1. CO2 emessa dai combustibili fossili (Riello, 2003).


Combustibile
Contenuto di carbonio                                         unitario.
CO2 emessa con la diretta combustione kg CO2/Gj.    
CO2 emessa nell’intero ciclo di produzione kg CO2/Gj.   
Diesel
20
73,33
84,33
Olio combustibile
20
73,33
84,33
Gas naturale
15
55
66
Carbone
15
91,66
110


Tab.2 Negli Stati Uniti le emissioni antropogeniche di CO2 sono così suddivise

(Kadam, 2005).


Settore
Gt
 carbone /anno
Gt di
CO2/ anno
%del totale
Trasporto
517
1.896
33,3
Industriale
470
1.723
30,3
Commerciale
259
950
16,7
Residenziale/ediliz.
306
1.122
19,7
Totale
1.552
5.691
100



Come si nota dalla tab.1 e 2,  i combustibili fossili e quindi i settori produttivi ove sono più usati ovvero il trasporto e l’industria incidono per la maggior parte sul totale delle emissioni. L’energia richiesta dai vari settori economici è fornita per la maggior parte dalla combustione di combustibili fossili in impianti termoelettrici o dalla fissione nucleare in impianti termonucleari.
Invece l’energia per il trasporto è fornita per la stragrande maggioranza da combustibili ad alta densità energetica ottenuti dalla raffinazione del petrolio in impianti petrolchimici (anche questi producono gas serra) e gas naturale liquefatto (GPL).
In totale nei soli Stati Uniti le emissioni degli impianti generatori d’elettricità ammontano a 1,7 Gt per anno (Kadam, 2004).


G.N.

lunedì 15 dicembre 2014

PERCHE' PARLARE DI BIOENERGIE?

Il desiderio di parlare delle bioenergie su questo blog, nasce dalla necessità di dare uno sguardo più ampio e chiaro possibile ad una realtà così sfaccettata e in continua evoluzione come quella delle energie rinnovabili e dal desiderio di creare una rete di persone interessate all'argomento.
Da un po’ di tempo, dopo decenni di stasi, questo importante settore, decisivo per il futuro dell’umanità, ha ripreso vigore.
Il suo massimo splendore anche in termini di ricerca è stato negli anni  settanta-ottanta, nel periodo delle crisi petrolifere e del cosiddetto “caro-petrolio”
Gran parte dei progetti e ricerche odierne traggono spunto dai febbrili lavori svolti in quegli anni sotto lo stimolo dettato dal bisogno.



Su queste pagine cercherò di comparare tra loro tutte le varie forme d’energia rinnovabile ricorrendo all’uso di coefficienti d’efficienza energetica per dare un giudizio il più obiettivo possibile. Il settore di punta delle rinnovabili è oggi senza dubbio la bioenergia, con la quale traiamo energia dalle piante e dagli organismi viventi coltivandoli. Alla base di tutto v’è ovviamente la fotosintesi che utilizza l’energia solare.
Tra gli organismi sul nostro pianeta con la più alta efficienza fotosintetica che conosciamo abbiamo le alghe, alla base dell’acquicoltura per energia così come alla base dell’agricoltura da energia troviamo le piante. S’è voluto attuare un confronto tra le piante e alghe come produttori di bioenergia in termini d’efficienza energetica e benefici ambientali così come fatto con le varie forme d’energia rinnovabile.
Ai tropici la bioenergia sotto forma di biomassa da legna è sempre stata al centro della vita sociale ed economica delle comunità rurali. Il settore bioenergetico può in effetti  migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali nei paesi in via di sviluppo  tropicali, così come già accade alle nostre latitudini. Illustrare le potenzialità di tale settore nei Pvs tropicali anche in termini di difesa ambientale è uno degli argomenti più importanti di cui desidero parlarvi.

G.N.

sabato 13 dicembre 2014

ENERGIE RINNOVABILI NEL MONDO TRA BIOCARBURANTI E MICROALGHE


In questo post proverò a riassumere brevemente lo stato dell'arte sulle energie rinnovabili e a definire il linguaggio necessario per affrontare l'argomento.

Le energie rinnovabili non rappresentano solo una possibilità, ma l’unica reale soluzione  di cui disponiamo al momento per far fronte al cambiamento climatico, diminuendo l’afflusso d’anidride carbonica nell’atmosfera.

Il protocollo di Kyoto (1997) ratificato nel 2005 ha imposto per i paesi firmatari la riduzione delle emissioni antropogeniche di CO2 del 5,2% entro il 2010. Per raggiungere l’obiettivo sarà fondamentale intervenire sul settore dei trasporti e sulla produzione d’energia elettrica, che rappresentano i settori a cui si deve la stragrande maggioranza d’afflussi di CO2 nell’atmosfera e degli altri gas serra (Riello, 2003).

Con le bioenergie possiamo intervenire sia nei trasporti attraverso la produzione e uso dei biocarburanti che nella produzione d’energia elettrica attraverso le centrali a biomassa. I biocarburanti più utilizzati al giorno d’oggi sono il bioetanolo e il biodiesel. Il primo proviene per lo più da colture amilaceo-zuccherine come canna da zucchero, mais, sorgo e manioca. Il secondo, da colture oleaginose come la jatropha e la palma da olio ai tropici, la colza, girasole e soia nei paesi temperati. Le colture algali possono trovare applicazione sia nella produzione d’energia elettrica che nella produzione di biocarburanti.

 Le migliori aspettative si nutrono verso la produzione di biodiesel da alcune specie di microalghe.

Ai tropici hanno grande importanza, soprattutto per le popolazioni rurali, le “fuel crops”. Tutte le energie rinnovabili e in particolar modo le bioenergie vanno giudicate secondo criteri d’efficienza energetica come LCA e l’EROEI sigle per Life Cycle Assestment e Energy Return On Energy Investment. La prima è basata sull’analisi del ciclo della vita del prodotto, mentre il secondo è  il rapporto tra energia spesa ed ottenuta alla fine del processo.

LCA è spesso usata per valutare le emissioni di CO2 e gas serra nell’intero processo produttivo ad esempio dei biocarburanti comparandoli con i fossili.

L’EROEI (EROI in italiano) è usato sempre più spesso per comparare le energie rinnovabili e le energie non rinnovabili e può indicarci ad esempio l’effettivo ritorno energetico di un progetto di  centrale termoelettrica a biomassa e quindi se valga la pena costruirlo o meno.

Dall’uso di queste due metodologie d’analisi emerge come  una conclamata convenienza sia energetica che ambientale delle bioenergie sia una realtà molto contraddittoria al momento.

Applicare nei Pvs (Paesi in Via di Sviluppo) tropicali le bioenergie può essere un’occasione per l’emancipazione dalla povertà per le aree rurali economicamente depresse.

Nei prossimi post cercheremo di comprendere lo stato dell'arte e le possibilità non ancora equamente esplorate.


G.N.